Non basta il viso per distinguere le emozioni

Scritto da Michela Arru il 6 dicembre 2012. Pubblicato in Pubblicazioni Scientifiche

Quando dobbiamo valutare ciò che sente una persona che sta provando emozioni molto forti, la nostra interpretazione dipende molto più dalla sua postura e dalla gestualità del suo corpo che dall’espressione del viso, che può facilmente trarre in inganno. A questa conclusione – che contraddice o, più precisamente, ridimensiona l’idea che le espressioni facciali trasmettano in modo specifico la connotazione positiva o negativa degli stati d’animo – è giunto uno studio condotto da Hillel Aviezer, Yaacov Trope e Alexander Todorov, rispettivamente della Princeton University, della New York University e della Radboud University, che firmano in proposito un articolo pubblicato su “Science”.

I ricercatori sono partiti da una duplice considerazione: da un lato la maggior parte degli studi hanno usato espressioni facciali standard, che segnalano le emozioni in modo molto chiaro e distinto, e in effetti più alta è la loro intensità, più accuratamente vengono riconosciute. Nella vita reale, però, l’espressività del viso può essere più complessa e variegata. In secondo luogo, gli studi di neurobiologia hanno mostrato che dolore e piacere sono modulati entrambi dal sistema delle endorfine e da quello della dopamina e coinvolgono le stesse aree cerebrali: insula, striato, corteccia orbitofrontale, nucleo accumbens e amigdala.

Poiché quasi tutti gli studi sulla capacità del viso di comunicare la valenza positiva e negativa di un’emozione si sono concentrati su emozioni di intensità intermedia, Aviezer e colleghi hanno focalizzato la loro attenzione su quelle di intensità molto elevata, usando come immagini sperimentali espressioni tratte dalla vita reale.

In un primo test, i ricercatori hanno mostrato ai soggetti i volti di giocatori di tennis che avevano appena vinto o perso un punto decisivo per l’esito della partita. I partecipanti non riuscivano a distinguere fra le due emozioni, che venivano invece identificate immediatamente quando insieme al volto era mostrato anche il corpo. L’esperimento è stato poi ripetuto, con analoghi risultati, usando foto relative ad altri tipi di situazione. Come controprova, i volontari sono stati invitati a rappresentare e imitare l’espressione dei tennisti, ma stavolta sulla base di foto ritoccate in modo che la testa dei vincitori fosse sul corpo dei perdenti e viceversa. E’ risultato che l’emozione imitata dai partecipanti era quella espressa dal corpo del giocatore, e non dal viso.

Secondo Aviezer e colleghi, la mancata comunicatività del volto in presenza di emozioni molto intense potrebbe avere due spiegazioni, complementari fra loro. Da un lato potrebbe riflettere un temporaneo “collasso” del sistema di controllo della muscolatura del viso, inadatta a veicolare con accuratezza un segnale estremamente intenso. Un po’ come avviene con un altoparlante a tutto volume, il cui segnale si degrada e si trasforma in rumore. Dall’altro lato, l’indefinibilità dell’espressione potrebbe riflettere una sovrapposizione di esperienze nel corso dell’emozione intensa, che porterebbe anzitutto alla ribalta la mobilitazione di energia scatenata da un’emozione travolgente, a prescindere dalla sua connotazione.

Questa ambiguità del volto, osservano gli autori, non è comunque disfunzionale. Superato il picco emotivo, infatti, l’espressione riassume rapidamente la sua comunicatività, e inoltre il contesto fornisce quasi sempre informazioni sufficienti a dissipare il dubbio.

Fonte: Le scienze

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